Oggi riflettevo sulle motivazioni che spingono una coppia a tentare la strada dell'adozione. E quale debba essere l'approccio corretto.
Sono stati scritti tomi e tomi su questo argomento. La conclusione, assai spesso, pecca di moralismo e tiene scarsamente conto della realtà.
Certo, in linea teorica quella nei confronti dall'adozione dovrebbe essere un'apertura totale all'accoglienza. Tanto che tecnicamente non si dovrebbe nemmeno parlare di "domanda di adozione" ma di "offerta di disponibilità all'adozione".
Nessuno credo, potrebbe nemmeno azzardarsi a negare che nell'adozione il soggetto intorno al quale tutto deve ruotare è i bambino. Che quelle che contano sono le sue necessità, non quelle dei genitori. Ma credo sia pura ideologia pretendere di annullare, di far scomparire, o peggio, di far finta che non esistano delle motivazioni personai dei genitori. Che vanno analizzate, portate alla luce, razionalizzate e incanalate correttamente.
Le molle che fanno scattare la volontà di adottare un bambino, in sostanza sono due: il lutto - la perdita reale o simbolica di un figlio piccolo o comunque di una persona cara da accudire e amare - e la deprivazione, la mancanza di un figlio "naturale" che dia senso e compimento alla propria vita, che riempia un vuoto che, con il passare degli anni, può farsi angosciante.
E' giusto scavare per portare alla luce queste motivazioni, ma è altrettanto giusto ricordare sempre che gli aspiranti genitori adottivi sono pur sempre degli esseri umani, non più santi nè eroi di qualsiasi altro genitore.
Solo forse un po' più tosti, determinati, cocciuti, disposti a superare ostacoli apparentemente insormontabili, ad affrontare prove dure, ad attendere per un tempo di gran lunga superiore non solo a quello di una normale gravidanza, ma a quello quasi triplo della gravidanza delle balene.
Ci siamo interrogati a fondo, ci stiamo tutt'ora interrogando e credo continueremo a farlo in futuro sui reali PERCHE' della nostra scelta.
La conclusione cui siamo, per ora, giunti è che si certo, la spinta iniziale ce l'hanno data due motivazioni: il lutto e la deprivazione. Ma intorno a quelle abbiamo fatto crescere - crescendo contemporaneamente noi stessi - una reale disponibilità, una reale apertura ad accogliere un bambino, o magari più di uno, come figli nostri, da amare, proteggere, educare. E soprattutto rispettare come persone.
Perchè quel NOSTRI non deve significare proprietà ma rapporto tra persone. Persone "grandi" certo, che devono assumersi delle responsabilità nei confronti di persone "piccole", ma tutti comunque PERSONE.
Nessuna delle quali appartiene a nessun'altra, se non nel senso dei legami affetivi che si costituiscono e si consolidano giorno dopo giorno.
Ecco, noi non aspiriamo a diventare santi, né ad essere additati come degli eroi o più modestamente come dei campioni di altruismo. Più semplicemente, più banalmente, aspiriamo ad esere dei buoni genitori, a dare a uno o più bambini una possibilità di vita migliore. E insieme, senza far finta che non sia così, a godere delle gioie - insieme alle inevitabili tribolazioni - dell'allevare dei figli, ad amarli ed essere amati.
Di tempo per riflettere ne abbiamo in abbondanza!!!!!!!!!!
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