giovedì 29 maggio 2008

4 - ASPETTANDO I SERVIZI SOCIALI - Parte I

Chissà quando saremo convocati dall'assistente sociale???????
Questa è la domanda che ora rimbomba nella nostra mente.
E allora a controllare di non aver ricevuto telefonate nella segreteria, i telefonini, la cassetta postale, ecc. ecc. ecc. Le solite manie insomma!!!
E' trepidante questa attesa. Ovviamente. Da quello che decideranno i servizi sociali dipende se la nostra domanda andrà avanti o meno.
Siamo completamente nelle loro mani e la cosa mi appare tutt'altro che rassicurante.
Penso a quello che ci chiederà, a come le sembreremo.
La prima domanda che ci siamo fatti pensando alla strada verso cui ci siamo incamminati è PERCHE?

PERCHE' prima abbiamo sperato, di riuscire ad avere un figlio per via naturale (non mi piace la definizione di figlio "biologico" quasi da contrapporre a quella di figlio "adottivo"), come se quest'ultimo non fosse, altrettanto biologico, fatto di carne e sangue, intelligenza e sentimenti, emozioni e bisogni.
Non ci siamo riusciti, e in questo doloroso percorso abbiamo conosciuto sia il lutto della perdita, sia la deprivazione della mancanca, ovvero ambedue le principali molle che spingono una coppia all'adozione.
Ci siamo arresi all'evidenza e abbiamo maturato quell'elaborazione del lutto che sola può portare ad aprirsi onestamente e responsabilmente all'adozione.
Le domande che ci facciamo in questi giorni:

- Siamo disposti ad accogliere un bambino di un'altra razza, magari nero o con gli occhi a mandorla?
Si certo, che domande sono! Sicuri sicuri? Messa così la domanda sempra quasi offensiva per chi, come noi, è antirazzista nel profondo e nella coerenza dei gesti quotidiani. Ma ci troviamo a riflettere. E la risposta diventa "SI però...", nel senso che si, non abbiamo alcun dubbio della nostra capacità di amare un bambino a prescindere dal colore della sua pelle o dai suoi tratti somatici. Però ci interroghiamo sui rischi di discriminazione e di emarginazione cui quel bambino/bambina/bambini possono andare incontro, nella scuola, per strada, sull'autobus, vivendo un un mondo di giorno in giorno più egoista e a volte xenofobo.

- E un bambino con un handicap più o meno grave?
A costo di sembrare egoisti - intendo dire più egoisti di quel che riteniamo di essere - scegliamo di essere sinceri: un handicap non gravissimo e ppurchè di natura fisica, non mentale, non ci spaventa. Altre forme di handicap, invece, temiamo di non essere in grado di affrontarle e di gestirle. Siamo egoisti dunque? In parte SI.
E' ovvio che chiunque sogna un figlio bellissimo, sanissimo, intelligentissimo.
Poi, la realtà, il caso, il destino, la natura, DIO, s'incarica di metterci di fronte a situazioni anche molto lontane dai nostri sogni.
E siccome un figlio noi non dobbiamo crearlo con la roulette russa dei nostri cromosomi, ma intendiamo adottarlo, confrontandoci quindi da subito con una persona, un'essere umano già esistente, con una vita e una storia sue, allora concedeteci di pensare che ci piacerebbe trovarne uno su misura per i nostri desideri.
Lo sappiamo fin da quando abbiamo cominciato a parlare tra noi di questo nostro progetto: l'abbinamento, se mai ci arriveremo, dovrà essere fatto da altri, da persone competenti alle quali non indicheremo preferenze, né di nazionalità né di sesso né di altro.
Però ci siamo interrogati a fondo sul grado - come dire - della nostra capacità di accoglienza. Che dobbiamo ammetterlo onestamente, si ferma sulla soglia dell'handicap fisico gravissimo o di quello mentale.
Non siamo pronti per questo, non ci sentiamo all'altezza, non ci sentiamo disponibili.
Questa frase non rende il travaglio che c'è dietro a questa decisione. Il punto è che noi due, noi Mara e Massimo, non ce la sentiamo di affrontare la responsabilità di una vita così bisognosa di cure, temiamo che ne finiremo travolti.
Non ci sentiamo nè santi nè eroi. Forse un po' meschini, un po' cinici, forse è moralmente condannabile il nostro egoismo. Sicuramente sarebbe condannabile l'ipocrisia di dire oggi SI e domani tirarci indietro.
E sarebbe criminale arrivare magari al punto di accogliere un bimbo diversamente abile, per poi andare incontro ad un sicuro fallimento.

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